Io, nutrito con il sondino
Pubblichiamo ampi stralci dell’intervista di Mario Melazzini, malato di Sla, al quotidiano on line Il Sussidiario. Il testo integrale è reperibile su www.ilsussidiario.net.

Pubblichiamo ampi stralci dell’intervista di Mario Melazzini, malato di Sla, al quotidiano on line Il Sussidiario. Il testo integrale è reperibile su www.ilsussidiario.net.
Mario Melazzini, medico dalla carriera brillante, a partire dal 2002 ha incominciato a percepire che il suo corpo non rispondeva più alle sue sollecitazioni. Nel giro di un anno la diagnosi: sclerosi laterale amiotrofica. Ora anche lui, come Eluana, non può mangiare in modo autonomo ed è alimentato artificialmente, con una sonda endogastrica. (…) Qual è stata la sua reazione di fronte a questa sentenza dei giudici di Milano? “Con tutto il rispetto per la magistratura, mi trovo in totale disaccordo sulle motivazioni che la Corte d’appello di Milano ha emesso nei confronti della vicenda di Eluana Englaro. Per due motivi. Innanzitutto il corpo di Eluana viene definito semplicemente come vita biologica, e questa è una riduzione inammissibile. In secondo luogo perché la sentenza si rifà a qualcosa che in passato sarebbe stato detto da Eluana. Ma i ragazzi ventenni, si sa, vedono la propria vita in un determinato modo, e una visita a un amico in un uno stato grave, di coma, può creare un grande impatto emotivo, e pensieri negativi in merito all’ipotesi di dover vivere dipendendo da uno strumento anche solo per respirare. Basare una sentenza solo su quello che qualcuno ha sentito dire non mi sembra una cosa accettabile”.
Mario Melazzini, medico dalla carriera brillante, a partire dal 2002 ha incominciato a percepire che il suo corpo non rispondeva più alle sue sollecitazioni. Nel giro di un anno la diagnosi: sclerosi laterale amiotrofica. Ora anche lui, come Eluana, non può mangiare in modo autonomo ed è alimentato artificialmente, con una sonda endogastrica. (…) Qual è stata la sua reazione di fronte a questa sentenza dei giudici di Milano? “Con tutto il rispetto per la magistratura, mi trovo in totale disaccordo sulle motivazioni che la Corte d’appello di Milano ha emesso nei confronti della vicenda di Eluana Englaro. Per due motivi. Innanzitutto il corpo di Eluana viene definito semplicemente come vita biologica, e questa è una riduzione inammissibile. In secondo luogo perché la sentenza si rifà a qualcosa che in passato sarebbe stato detto da Eluana. Ma i ragazzi ventenni, si sa, vedono la propria vita in un determinato modo, e una visita a un amico in un uno stato grave, di coma, può creare un grande impatto emotivo, e pensieri negativi in merito all’ipotesi di dover vivere dipendendo da uno strumento anche solo per respirare. Basare una sentenza solo su quello che qualcuno ha sentito dire non mi sembra una cosa accettabile”.
Eluana sembra però trovarsi in uno stato irreversibile, immutato da 16 anni: tenerla in vita non è una forma di accanimento? “Eluana si trova in uno stato vegetativo permanente, non in coma irreversibile: per definire il coma irreversibile ci sono dei parametri strumentali e clinici ben precisi. Eluana è una persona che si trova in una determinata condizione, ed è alimentata e idratata artificialmente: definire questi supporti di sostegno vitale, quale l’idratazione e l’alimentazione, strumenti di accanimento terapeutico è una cosa che mi ferisce molto, come medico, come uomo, come malato”. Dunque secondo lei con questa sentenza si legittima un atto di eutanasia? “Accompagnare a morte una persona totalmente stabile dal punto di vista clinico lo definisco esattamente un atto di eutanasia, in qualunque modo venga fatto. Omicidio è una parola che io non sono in grado di utilizzare, ma definirlo eutanasia è la realtà. Utilizzare il verbo ‘accompagnare’, come fa la sentenza, significa ritenere che questa persona, essendo in un tale stadio di vita biologica, non sia in grado né di sentire, né di provare sensazioni. Ma forse bisognerebbe chiedersi che strumenti si hanno per giudicare che questa persona, privata dei liquidi, privata dell’alimentazione, possa non provare dolore anche fisico. Quindi non ci sono altri modi per definire questo atto se non legalizzazione dell’eutanasia. E questo mi fa molta paura”.
Lei ha parlato di dignità della vita: si sente spesso parlare con leggerezza di vite non degne di essere vissute, a proposito di condizioni estreme di malattia. Come reagisce di fronte a questo? “Con un sorriso dispiaciuto. Ipotizzare che determinate condizioni di salute o di disabilità possano non essere compatibili con una vita degna di essere vissuta è una concezione che definirei da benpensanti, e che personalmente mi offende. Lo pensavo anch’io, nel mio banalissimo percorso di vita: da uomo sano non ipotizzavo che la totale dipendenza dagli altri potesse essere conciliabile con la dignità della vita. Invece è così”.
Com’è possibile avere una concezione così assoluta della dignità della vita? “Occorre pensare che alcune condizioni, patologie o disabilità che comportano la totale dipendenza dagli altri o da alcuni strumenti sono perfettamente conciliabili con una vita dalla qualità buona. Occorre fare un passo indietro, e chiedersi quando la vita deve essere vissuta. La dignità della vita, infatti, ha a mio parere un carattere ontologico e non può dipendere da una ‘qualità’ misurata solo in termini utilitaristici. Non si può pensare che essere uomo, essere persona degna di vivere, possa diventare una sorta di patente a punti: se hai tutte le funzioni sei degno; se perdi le funzioni perdi la dignità. Finché un bel giorno ti viene tolta la patente, e altri possono decidere per te, avendo la presunzione di dire che quella vita non è degna di continuare. Non lo si può accettare”. (…) Nella sentenza vengono date anche istruzioni su come operare concretamente l’interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione, per non provocare dolore a Eluana… “Questa è una sentenza con forti accenti di pietismo (…), dà indicazioni per un accompagnamento che viene definito ‘dignitoso’, dicendo (…) che bisognerà accompagnare Eluana a una morte senza dolore, in particolar modo provvedendo a ‘umidificare le mucose’. Proprio così. Mi viene in mente Cristo sulla croce: a lui passarono sulla bocca una spugna imbevuta di aceto”.